L'Europa dopo la Brexit

VOLANTINO. La situazione inglese, il futuro del sogno europeo e l'impegno del Pd per gli Stati Uniti d'Europa. Iniziativa del Pd provinciale insieme ai circoli di Pesaro di Montegranaro e Muraglia, venerdì 8 luglio ore 18, con il segretario di circolo Pd Montegranaro, Danilo Guerrieri, il segretario provinciale Pd, Giovanni Gostoli, e il prof. Roberto Bertinetti.

 

Allegati: 

Referendum occasione storica per l'Italia e per il Pd

Contributo e riflessioni per i Circoli del Partito democratico a cura del segreterario provinciale Pd, Giovanni Gostoli

Basta un si e l’Italia cambia davvero. Abolire il bicameralismo paritario, ridurre poltrone, numero di parlamentari e costi delle istituzioni sono battaglia non di oggi, ma di vent’anni di storia del Paese. Per lunghi anni sono state promesse, oggi finalmente diventano realtà. Gli italiani sono di fronte a un bivio: fare le riforme che servono a migliorare il Paese oppure lasciare tutto com’è. La sfida è modernizzare il Paese, renderlo più competitivo ed efficiente, migliorare l’architrave istituzionale senza intaccare i valori fondanti della Costituzione. Decidere chi deve fare che cosa e fare funzionare i luoghi della decisione. Dentro questa sfida c’è un pezzo della missione dei democratici: ridare credibilità alla politica e fiducia nelle istituzioni. Una volta erano i cittadini a dover stare ai tempi lunghi della politica, adesso è la politica che deve stare ai tempi dei bisogni e delle speranze dei cittadini. Vinceremo la sfida del referendum nella misura in cui continueremo a fare ciò che stiamo facendo: tante iniziative nei territori, insieme ai cittadini, sui contenuti della riforma per un "Sì ragionato nel merito".

Per il Partito democratico, inoltre, il referendum costituzionale è una straordinaria opportunità per mettere in campo il meglio di noi e aprirci al meglio che c’è fuori. La bella politica che viviamo nei territori per il buon governo. C’è una buona politica e ognuno può vederla uscendo di casa per entrare in un circolo oppure in una festa de l’unità: è nella passione di tanti volontari, un gesto di altruismo che è motivo di orgoglio del Pd. Di più. Il referendum è una grande occasione per sperimentare nuove forme di partecipazione e di innovazione. Penso ai tanti comitati che nasceranno da liberi cittadini oppure dal popolo delle primarie. Un partito nuovo non deve temere, ma tenere insieme il volontariato radicato dei circoli con la partecipazione spontanea nei comitati che desiderano mobilitarsi sulle questioni più importanti del Paese. D’altronde anche i modi e le forme di vivere la politica sono cambiate. L’impegno più incisivo è l’adesione al partito, ma non è l’unica forma per attivare più persone. C’è un desiderio di partecipare, anche in luoghi e tempi diversi, e il Pd può diventare casa e strumento di questa novità. Per coglierla bisogna andare oltre i confini. Siamo stanchi del dibattito tra “partito leggero” e “partito pesante”. Il partito che vogliamo è quello capace di vivere nel nostro tempo. Il Pd non è di proprietà della classe dirigente, ma appartiene ai volontari, a chi aderisce, al popolo delle primarie, a coloro che vorranno entrare. O semplicemente a chi vuole esserci per vincere una sfida, su una questione, per realizzare un’idea. Di persone così, capaci di dare una mano anziché puntare il dito, non ha bisogno solo il Pd, ma l’Italia.

Giovanni Gostoli, segretario provinciale Pd Pesaro e Urbino
@giovannigostoli
 

Vallefoglia

Cagli

La voce degli uomini #seseiunuomofirma

Firma anche tu la petizione promossa da Lucia Annibali e Alessia Morani. Huffingtonpost.it : http://www.huffingtonpost.it/alessia-morani/femminicidio-uomini-leggi-_b_10500384.html

Il femminicidio non è una questione che ha a che fare con le donne ma con il grado di libertà e di civiltà di un paese. Non ha a che fare con la criminologia e con la psicologia, con la sociologia e la giustizia: ha a che fare con la politica e la cultura.

Ho trovato molto condivisibili le parole scritte da Michele Serra su Repubblica :"Politica e cultura esistono apposta per non abbandonare la bestia che siamo alla sua ferinità e ai suoi istinti, regolando in qualche maniera i suoi rapporti sociali, rendendoli più compatibili al bisogno di incolumità e dignità di ogni persona... costumi e comportamenti di massa sono largamente influenzati e sovente migliorati dalla temperie politica e culturale dell'epoca".

Serra ha ragione: il femminicidio è una questione politica. La libertà delle donne deve essere tutelata dallo Stato e non può essere la ragione che scatena l'istinto omicida negli uomini che hanno o hanno avuto relazioni con loro. La politica ha il dovere di attivare un dibattito culturale utile a fornire elementi e contenuti in grado di penetrare quei meccanismi mentali che portano la mano dei maschi ad alzarsi sulle donne, per picchiarle e per ucciderle.

C'è un dato che deve farci molto riflettere: negli ultimi decenni il nostro è divenuto un paese più sicuro. Gli omicidi sono al minimo storico, mentre i femminicidi, seppure in lieve calo, restano una costante. Come se il conflitto più resistente, più acceso fosse rimasto quello tra sessi, vissuto soprattutto tra le mura domestiche. È da lì che dobbiamo partire. Dobbiamo arrivare prima della violenza, capirla e incastrarla sul nascere. Ecco perché non possiamo più aspettare: c'è bisogno della voce degli uomini, c'è bisogno di un fronte comune, c'è bisogno di lui accanto a lei. Non un passo prima, né dopo: al fianco. C'è bisogno di stare insieme per costruire un futuro migliore per i nostri bambini, perché capiscano, sin da piccoli, che in casa mamma e papà sono pari, che il rispetto non ha genere, così come le attitudini e i percorsi professionali non possono dipendere dal sesso che ci è dato in sorte.

Stessa cosa vale per la questione della conciliazione che non deve mai più essere considerato un tema strettamente femminile, ma un affare che riguarda la famiglia: anche qui la gestione domestica va caricata sulle spalle di lui e di lei, insieme.

Mi sono interrogata a lungo su quale potesse essere un modo concreto, operativo, per reagire alla strage intollerabile delle donne. Perché cercare una soluzione è dovere di ognuno di noi, ogni giorno, come cambiare le regole e ristabilire i principi nelle nostre case, essere da esempio ai figli. Occorre arrivare alla radice del problema, perché le leggi e gli strumenti per punire e contrastare la violenza ci sono - con la norma sul femminicidio è stato introdotto, grazie a un mio emendamento, l'utilizzo del braccialetto anti stalker per proteggere la vittima di violenza da ulteriori e spesso definitive aggressioni, dopo che ha denunciato - ma come sappiamo bene, occorre arrivare prima. Manca quella che da più parti viene evocata: una rivoluzione culturale.

E la rivoluzione più efficace, qui e oggi, la possono fare gli uomini per gli uomini, affrontando un percorso di liberazione simile a quello che ha portato le donne all'emancipazione. La voce delle donne da sola non basta, non basta l'informazione, non sono sufficienti i volti delle vittime, il dolore di chi rimane. Accanto alle donne, al loro fianco, devono prendere posizione gli uomini. Nuovi testimoni del grado di civiltà di questo paese. Solo insieme possiamo vincere questa battaglia. Solo ascoltando le voci degli uomini, le loro storie, i dubbi, le angosce, possiamo provare a estirpare la violenza di genere dalle feroci cronache quotidiane, ricercando quel dibattito politico e culturale di cui abbiamo parlato.

Ecco perché Lucia Annibali e io chiediamo agli uomini di sottoscrivere questo appello. Lo chiediamo ai politici in modo trasversale per primi, agli intellettuali e ai personaggi dello spettacolo affinché mettano a disposizione la loro notorietà e il loro talento per parlare ai più giovani. Lo chiediamo ai giornalisti, ai medici, agli studiosi, e soprattutto a coloro che hanno superato l'incubo di scoprire la violenza dentro di sé e sono riusciti ad affrontarla.

Vi chiediamo di esserci, di prendere posizione pubblicamente contro il femminicidio. Vi chiediamo di scendere in campo in prima persona per aiutare chi è preda di una violenza cieca, per comprendere quali sono i meccanismi che l'hanno causata e per scoprire insieme come fronteggiarla. Lo chiediamo agli uomini perché dove le leggi, che pure ci sono, non riescono ad arrivare, possono invece fare la differenza la cultura e l'informazione. Con la voce degli uomini contro la violenza sulle donne.

Per leggere, firmare e condividere la petizione di Alessia Morani su Change.org, basta cliccare QUI

La Gran Bretagna dopo la Brexit

Pubblichiamo due articoli usciti sul Messaggero e il Mattino del prof. Roberto Bertinetti, pesarese, docente di Letteratura inglese all’università di Trieste, che offrono informazioni e strumenti di lettura della situazione inglese dopo la Brexit.

Roberto Bertinetti (Pesaro, 1955) insegna Letteratura inglese all'università di Trieste e scrive per quotidiani e riviste. Tra i suoi lavori: Virginia Woolf: l'avventura della conoscenza (Jaca Book, 1985), Ritratti di signore. Saggio su Jane Austen (Jaca Book, 1987), Verso la sponda invisibile. Il viaggio nella narrativa inglese da Dickens a Virginia Woolf (Ets, 1995) e Dai Beatles a Blair: la cultura inglese contemporanea (Carocci, 2001).

GRAN BRETAGNA: THE DAY AFTER
24 giugno 2016

Dall’inizio del luglio 2017 sino a dicembre sarà la Gran Bretagna a guidare la Ue, succedendo a Malta secondo un principio di turnazione semestrale stabilito nei trattati europei. E’ uno dei tanti paradossi che si sono venuti a creare con il voto referendario in un paese nel quale gli over 65 hanno determinato il destino degli under 35 scegliendo a larga maggioranza l’opzione Brexit a differenza di quanto hanno fatto i loro figli e nipoti.  Impedire a Londra di guidare per metà dell’anno un’istituzione dalla quale ha scelto di uscire è impossibile.  Le modalità del divorzio sono stabilite nell’articolo 50 del Trattato sul funzionamento della Ue, il quale prevede tre ipotesi. La prima è un recesso entro un tempo massimo di due anni a far data dalla notifica della volontà di recedere al Consiglio europeo da parte dello Stato interessato. L’accordo di recesso è negoziato dalla Commissione e chiuso dal Consiglio europeo, previa approvazione del Parlamento. La seconda ipotesi è che, entro il termine di due anni, non si concluda – nonostante i negoziati – alcun accordo di recesso. In tal caso i trattati cessano automaticamente di essere applicabili allo Stato recedente. Infine la terza ipotesi, è che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato recedente, decida all’unanimità di prorogare il termine dei due anni.

Quindi nel 2017 ci sarà obbligatoriamente una Ue pilotata dagli inglesi. Una tra le tante contraddizioni che balzano agli occhi a urne chiuse e che segnalano l’esistenza (e la difficile convivenza) di anime molto diverse tra loro entro i confini nazionali. Da una parte, ad esempio, c’è la Londra cosmopolita, dove poco meno di trecento etnie convivono in maniera abbastanza pacifica, dove i matrimoni misti sono ormai da tempo la norma, motore finanziario dell’economia inglese e non soltanto (la City è la seconda piazza al mondo per importanza dopo Wall Street), centro di innovazione tecnologica e culturale, ancora in grado come accade dai Sessanta  di imporre gusti, modi e tendenze, di attrarre giovani da ogni parte del pianeta, molti dei quali erano in lacrime ieri mattina nella metropolitana e negli uffici per il risultati referendari. Ma tra i sudditi di Elisabetta ci sono anche milioni di individui con un basso livello di scolarità, che hanno timore di tutto ciò che ai loro occhi appare straniero, spesso feriti dalle conseguenze della crisi economica,  che si sentono minacciati in quella che ritengono essere una immaginaria “identità nazionale” costruita in maniera immutabile molto tempo fa. Per questi uomini e donne, spesso residenti in zone rurali o in piccole cittadine di provincia, la parola “back”, ovvero “indietro”, usata senza risparmio da chi voleva andarsene dalle Ue ha avuto un suono incantevole, un significato magico.  A loro pensava il Sun , tabloid più letto e influente del paese quando pochi giorni fa ha proposto una prima pagina occupata da un gioco di parole: “BeLeave in Britain” strillava il titolo a caratteri di scatola. Ovvero “Credete nella Gran Bretagna” con l’opzione dell’uscita (“Leave”, appunto) resa assai evidente grazie all’utilizzo dei colori della bandiera nazionale. In un editoriale si sosteneva che abbandonare la Ue "consentirebbe di riaffermare la sovranità che abbiamo purtroppo perduto, iniziare a costruire un futuro da potente nazione indipendente che sarà invidiata da tutti e rispettata ovunque”. Slogan ad affetto che hanno convinto gli elettori di destra o di sinistra di estrazione working class nostalgici dell’antico passato imperiale, a disagio con i processi di globalizzazione, ossessionati dagli immigrati.

C’è poi l’Inghilterra del nord, che comprende soprattutto lo Yorkshire (terra della parlamentare Jo Cox, assassinata da un fanatico di destra la scorsa settimana) e le contee dove a inizio Ottocento ebbe origine la rivoluzione industriale. Aree a saldissima maggioranza laburista nelle elezioni politiche, che questa volta hanno scelto contro le indicazioni del partito. I motivi non sono ardui da comprendere:  zona di rapida espansione economica in epoca di crescita durante la parte iniziale dei governi Blair sul finire del secolo scorso, hanno subito in seguito le conseguenze dei processi di fusione in ambito planetario quando le fabbriche un tempo di proprietà britannica sono passate agli asiatici e hanno ridotto gli organici o addirittura chiuso i battenti. I numeri degli occupati nel manifatturiero sono in caduta libera in queste zone e i lavoratori si sono vendicati sposando in maniera irrazionale la causa Brexit, indifferenti agli inviti provenienti dalla debole campagna di un partito che vede in Jeremy  Corbyn un leader eurotiepido e incapace di scaldare gli animi.

L’ultima, e forse più spinosa questione in prospettiva futura, riguarda la Scozia e le contee dell’Irlanda del Nord. Qui ha prevalso a larghissima maggioranza il favore nei confronti di Bruxelles e ora si sta rafforzando la rabbia verso chi li ha spinti fuori dall’Europa. In Scozia nel 2014, al referendum indipendentista lanciato dall'allora premier Alex Salmond, avevano prevalso sia pur di stretta misura i contrari all'addio a Londra. Ora, nonostante tutte le circoscrizioni abbiano scelto in blocco di opporsi al divorzio con Bruxelles,  la Scozia si ritrova fuori dall'Unione. Dopo lo spoglio nel Regno Unito, Salmond in un'intervista ha subito accennato un nuovo referendum per l’ indipendenza da Londra , la cui richiesta scatterà non appena il successore di Cameron inizierà i negoziati previsti dai trattati per uscire definitivamente dall'Unione. “Noi vogliamo rimanere in Europa”, ha detto, “anche se questo non significherà che adotteremo l'euro". Dello stesso avviso Nicola Sturgeon, la donna che gli è succeduta alla testa del governo e dello Scottish National Party. Sturgeon ha poi rincarato la dose: "il paese ha votato in modo chiaro, senza equivoci, per la permanenza nella Ue e accolgo con favore questo sostegno al nostro status europeo che appoggerò in ogni maniera". Animi accesi contro gli inglesi anche in Irlanda del Nord. Qui si invoca un altro referendum, stavolta per la riunificazione delle contee dell’Ulster con una Dublino che deve la rinascita dalla crisi ai fondi dell'Unione. “Con l'uscita della Gran Bretagna , l'Irlanda dovrebbe esprimersi per la propria riunificazione e restare per intero europea", ha detto il vicepremier dell'Irlanda del Nord, Martin McGuinness, leader del partito nazionalista. Il Regno Unito, insomma, potrebbe a breve polverizzarsi, cancellando una storia plurisecolare. Un’ulteriore responsabilità che gli studiosi in futuro attribuirebbero a David Cameron, premier dimissionario la cui imbarazzante debolezza di visione politica si è manifestata negli ultimi mesi in tutta evidenza agli occhi del mondo intero.
 

GRAN BRETAGNA TRA NAZIONALISMI E PAURE
25 giugno 2016

Slogan trionfalistici e i colori della Union Jack utilizzati senza risparmio dai tabloid che sostenevano la Brexit. Titoli preoccupati sulla stampa che invece si era schierata in maniera aperta contro il divorzio da Bruxelles. Questa la sintesi delle prime pagine dei quotidiani britannici di ieri. Le testate liberal, Guardian in testa, e anche i free press della capitale pubblicano foto di persone in lacrime nella metropolitana o negli uffici di Londra dopo aver appreso l’esito del referendum. Sono lacrime di dolore e di rabbia. Perché gran parte di chi abita la multietnica e tollerante metropoli pensa che gli over 65 del resto dell’Inghilterra pro Brexit abbiano rubato loro il futuro, che li costringeranno a vivere con redditi inferiori o addirittura che saranno costretti a emigrare visto che le aziende nelle quali lavorano hanno manifestato la volontà di trasferire le sedi in area comunitaria.

Proprio per dar voce a questi sentimenti è stata lanciata sul web una petizione per chiedere che Londra divenga indipendente e venga ammessa nella Ue. In poche ore sono state raccolte migliaia di firme in calce a un documento senza alcun valore legale ma con un altissimo significato simbolico. Vi si afferma tra l’altro: “Londra è una città internazionale e noi vogliamo rimanere nel cuore dell'Europa. Diciamo le cose come stanno, il resto del Paese non è d'accordo con noi. Quindi, piuttosto che votare passivi aggressivamente gli uni contro gli altri a ogni elezione, ufficializziamo il divorzio e facciamo gruppo con i nostri amici nel resto del Continente”. Il neo sindaco laburista Sadiq Aman Khan, dal canto suo, rivendica per Londra un ruolo di massimo rilievo nei negoziati con Bruxelles.  E lo fa in un documento ufficiale dove scrive: "Ritengo cruciale  che Londra possa dire la sua al tavolo delle trattative, insieme alla Scozia e all'Irlanda del Nord. Anche se saremo fuori dall'Unione è indispensabile che noi si possa almeno rimanere parte integrante del mercato unico. Abbandonarlo, con i suoi cinquecento milioni di persone e i vantaggi derivanti dal libero scambio, sarebbe un errore imperdonabile, di ci potremmo pentire per generazioni. Premerò sul governo al fine di garantire che ciò costituisca la pietra angolare delle negoziazioni dei trattati”.

Non pochi commentatori, poi, hanno sparato ad alzo zero contro David Cameron, maldestro apprendista stregone come Topolino nel celebre cartone animato che oltre ad aver provocato un disastro di proporzioni gigantesche sperando di trarre dal referendum un vantaggio in termini politici, ora non riesce neanche a trovare la via per uscire dal labirinto. Perché la consultazione di giovedì aveva un valore consultivo e ora serve una lettera approvata dal governo in prima battuta e poi dal Parlamento per dire in maniera ufficiale agli altri partner che il Regno Unito vuole divorziare. Peccato che Cameron non abbia all’interno dell’esecutivo e dell’aula di Westminster una maggioranza in favore di Brexit. Lui stesso era alla testa del fronte Remain e dunque dovrebbe votare, sia pure in maniera strumentale, contro se stesso. Altrettanto sarebbero costretti a fare molti ministri e centinaia di deputati conservatori e laburisti. Ecco perché ha chiesto tre mesi di tempo prima di lasciare Downing Street. Durante questo arco tempo può accadere di tutto: anche che la legislatura si interrompa bruscamente e si tengano elezioni politiche. Che vedrebbero magari a fronteggiarsi Boris Johnson e proprio Sadiq Aman Khan, da molti pronosticato futuro leader di un Labour che ha in parte responsabilità per Brexit visto l’attuale segretario Jeremy Corbyn è un ex euroscettico convertitosi alla causa di “Remain” in maniera riluttante, ancora legato ai dogmi e agli slogan degli anni Settanta e Ottanta, una figura che solo militanti di stretta osservanza potrebbero volere come eventuale successore del premier dimissionario.

I tabloid che avevano sposato la causa Brexit ostentano ottimismo, garantiscono nei titoli a caratteri di scatola un futuro luminoso per un paese “che finalmente ha spezzato le catene imposteci da Bruxelles”, che “tornerà grande come ai tempi di Vittoria e dell’impero”, cercano di divertire i lettori con giochi di parole come quello del solito Sun: “See Eu Later”, scrive,  che ha un suono simile a “See You Later”, ovvero in italiano “ci vediamo più tardi”. In realtà negli editoriali le preoccupazioni emergono, così come sono apparse evidenti delle parole di Boris Johnson che da detto “quanto accaduto ci offre grandissime opportunità ma non c’è alcuna fretta di alzare il ponte levatoio”, suggerendo prudenza prima di far partire i negoziati previsti dall’ormai celebre articolo 50 del trattato che regola le procedure d’uscita. Significativo, poi, che il conservatore pro Brexit Daily Telegraph abbia in buona sostanza scaricato Nigel Farage – che si considera il vero vincitore della partita – accusandolo di totale mancanza di stile per un commento al voto davvero imbarazzante: “Abbiamo trionfato senza aver neppure sparato un colpo”. Una frase assolutamente impronunciabile nel paese che ha visto l’assassinio della parlamentare laburista Jo Cox al termine di un incontro per sostenere la causa di “Remain”. Viene comunque spontaneo chiedersi dove erano i vertici del Daily Telegraph quando Farage andava in televisione a urlare che “Cameron sta trattando in segreto con gli altri capi di stato e di governo per far entrare i turchi nella Ue, così qui arriveranno milioni di individui pronti a stuprare le nostre donne e a rubare il lavoro ai nostri uomini”. In quel momento la xenofobia e il populismo di Farage servivano alla causa cara al Daily Telegraph, riservargli altro spazio adesso è inutile e  quindi lo si può relegare in secondo piano.

La violenta reazione all’esito referendario della Scozia e dell’Ulster dove “Remain” ha prevalso ovunque, che chiedono a gran voce un referendum per l’indipendenza per poi aderire alla Ue, il rischio concreto di disintegrazione del Regno Unito hanno consigliato ai paladini della Brexit di mettere da parte i toni accesi, magari nella speranza di riuscire a trovare un accordo per restare nell’Unione. Progetto irrealizzabile, hanno fatto sapere da Parigi, da Berlino e da altre capitali. Perché, come sostiene un vecchio detto scozzese, una volta che il dentifricio viene spinto fuori dal tubetto è davvero difficile farlo rientrare.

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